Cosa succede nel Salento? Perché gli olivi si seccano? Perché quest’anno non c’è olio?

Sgombriamo subito il campo da fastidiosi travisamenti e da imcomprensioni. Quest’anno c’è stata una scarsa produzione di extravergine soprattutto a causa delle conseguenze delle condizioni climatiche sull’allegagione dell’olivo e sull’andamento anomalo della riproduzione del normale e più comune parassita delle olive: la mosca delle olive (Bactrocera oleae).

Questo non ha una relazione diretta con la xylella fastidiosa, il batterio presente nella sindrome del disseccamento rapido dell’ulivo: si tratta di due cose differenti. Eppure sembra esserci, anche qui, un filo rosso che lega i due fenomeni.

Il filo rosso è la mancanza di una prospettiva ecologica nell’agricoltura industriale convenzionale e le conseguenze che un uso scellerato del pianeta stanno avendo sull’andamento climatico, sulla composizione dei suoli, sulla resistenza delle piante nei confronti di attacchi da parte di parassiti, di batteri e funghi.

La situazione di indebolimento degli oliveti è legata allo “sfruttamento industriale” che fornisce, più o meno volontariamente e continuamente “fattori di stress” alle piante, ma che spesso opera un vero e proprio “biocidio” nei confronti di un ambiente costretto a sorbirsi pesticidi, diserbanti, antimicotici sempre “più efficaci”.

Guardate brevemente una parte di questa conferenza del Prof. Xiloyannis dell’Università della Basilicata.

Xiloyannis afferma che

Abbiamo consumato tutta la sostanza organica? Sostanza organica vuol dire CO2, quindi […] una buona parte di CO2 atmosferica deriva dal suolo agricolo

La gestione del suolo, da questo punto di vista, è una discriminante fondamentale della sostenibilità agricola. Una agricoltura ecologica deve accumulare sostanza organica nei suoli; deve ridurre la quantità di CO2 emessa in atmosfera ed avere un saldo positivo, cioè accumulare CO2 nei suoli sotto forma di sostanza organica.

L’accumulo di sostanza organica nei suoli – è dimostrato – a lungo andare migliora la fertilità del terreno, ma implica una diversa, e spesso più complicata, gestione del suolo.  La sostanza organica è una benedizione per le piante e permette, grazie anche ai microrganismi presenti, di elaborare quelle sostanze con cui si nutrono e si “curano” e con le piante affrontano i fenomeni di stress (come la Xylella fastidiosa).

Siamo tornati alla Xylella fastidiosa, che è stata accusata forse ingiustamente di essere la sola e unica responsabile della malattia che fa morire gli olivi in Salento.  Si, perché quello del disseccamento rapido, a giudizio di alcuni, sembra essere più una sindrome, cioè qualcosa di non riconducibile ad un unico fattore. L’analisi dei campioni di olivi infetti inviati all’autorità, infatti, ha individuato una molteplicità di fattori come probabili cause o concause del disseccamento rapido.

Gli olivi “erano generalmente colpiti da un insieme di organismi nocivi comprendenti X. fastidiosa, diverse specie fungine appartenenti ai generi Phaeoacremonium e Phaemoniella, nonché Zeuzera pyrina (falena leopardo)”(1).

Nel frattempo la comunicazione politica, però, ha operato come se la constatazione della presenza della xylella di alcuni dei campioni inviati  fosse la conferma dell’origine batteriologica del disseccamento rapido. Per eradicare questo batterio (xylella) si è messo a punto un programma di desertificazione dei suoli senza precedenti. Guardate cosa dice, ad esempio, il commissario Silletti – Commissario delegato per l’attuazione degli interventi,  in un convegno del 10 Aprile a Brindisi:

“Il vero problema saranno le piante infette: si passerà all’eradicazione con l’Arif (Agenzia regionale per le attività irrigue e forestali) e si dovrà passare all’eradicazione delle piante cosiddette “ospiti”, quelle cioè che vengono considerate sensibili e, quindi, più facilmente infettabili dal batterio.- ha dichiarato Silletti durante l’incontro – Si tratta soprattutto di piante ornamentali, come l’oleandro e la malva, quindi molto diffuse nelle nostre zone. Mentre per queste si passerà all’eradicazione, solo per le querce si dovranno attendere prima gli esami e poi, se necessario, le estirpazioni dal terreno.” (2)

Succede contemporaneamente che Ivano Gioffreda, alcuni di voi lo ricorderanno presente all’edizione di Genuino Clandestino di Bologna, pubblica alcuni video su youtoube e finisce anche su rai3.

Gioffreda sostiene, insieme ad alcuni agronomi e professori universitari, che interventi di buona pratica agricola siano un buon rimedio per combattere efficacemente il fenomeno. Un po’ di poltiglia bordolese, una buona potatura invernale, il sovescio, un ammendante e un sostanziale aumento di sostanza organica nei suoli, le piante mostrano una risposta buona risposta vegetativa.

A onor del vero, le ricerche scientifiche sulla Xylella sono tuttora in corso, e alcuni sostengono che il “riscoppio” vegetativo potrebbe essere una fase (la pianta reagisce attraverso vasi linfatici non attaccati dal batterio) di un percorso che porterà comunque al disseccamento della pianta.

Se la scienza non possiede certezze al momento, la politica e l’apparato giudiziario reagiscono come possono, interpretando il “principio di precauzione” in un modo quantomeno particolare. Alcuni giorni prima del convegno citato,  ad esempio, il commissario Silletti (incaricato dalla regione Puglia di stilare un piano di intervento) era stato sentito da un procuratore della repubblica – come leggiamo sulla Gazzetta del Mezzogiorno

“…per accertare l’origine e la diffusione del batterio killer che sta uccidendo gli ulivi salentini e se la strategia messa in atto dalla Regione per contrastare l’infezione abbia una valenza scientifica. Il reato ipotizzato nell’inchiesta è di diffusione colposa di una malattia delle piante. Nel chiuso della stanza del pm Mignone, co-titolare dell’inchiesta insieme al pm Roberta Licci […]” (3)

Il piano d’intervento, infatti, sembra aver dato origine ad un decreto di lotta obbligatoria, elaborato inizialmente dalla regione Puglia, poi diventato nazionale e presentato alla Commissione Europea; che lo ha adottato e che ha quindi validità legale. Va, cioè, rispettato e fatto rispettare. Ma questo avviene in un contesto in cui la scienza ad oggi non ha ancora accertato se, effettivamente, il batterio Xylella fastidiosa è responsabile del disseccamento delle piante.

Ma andiamo oltre, nelle pieghe di tutta questa questione cominciano ad emergere dei vantaggi, delle occasioni di altro tipo. Ci sono persone, ad esempio, che tutto sommato trovano vantaggiosa l’eradicazione delle piante magari per fare speculazione edilizia, li dove c’era la protezione delle piante centenarie (cosi, ad esempio, titola un quotidiano L’altra faccia della xilella: “Ulivi infetti? Abbattiamoli e costruiamoci una casa.).

Ma la questione della protezione delle piante di olivo centenarie sembrerebbe ostacolare anche l’olivicoltura di tipo industriale, che insegue costi minori, da realizzare con minore ricorso alla manodopera e maggiore meccanizzazione (piante a a spalliera, macchine scavallatrici, ecc.).  Per l’agroindustria italiana, forse, la “peste dell’olivo” potrebbe essere un’occasione per “ristrutturare”, “riconvertire” oliveti che hanno costi di produzione più alti, che quindi non riescono a stare sul mercato visti i prezzi della materia prima nelle borse merci. Una olivicoltura alla spagnola, spalliere, macchine scavallatrici, costi inferiori.

In molti guadagnerebbero da questa riconversione, ma non gli agricoltori, che si ritroverebbero nella solita gara al ribasso fatta sulla loro pelle.

Che il mondo dell’olivicoltura industriale vada cercando una strada di questo tipo emerge con chiarezza dalle politiche di governo; governo che ha approvato recentemente un Piano Olivicolo Nazionale dove si dice chiaramente che l’obiettivo è quello di perseguire “una politica di riduzione dei costi”.

“Una politica di riduzione dei costi passa per un complesso di interventi che prevedono:
a) la meccanizzazione delle operazioni di potatura;
b) la meccanizzazione delle operazioni di raccolta (agevolatrici o meccanizzazione,…)
c) la razionalizzazione degli impianti, dei sesti di impianto e delle forme di allevamento, per favorire le operazioni di manutenzione del terreno e le operazioni colturali; […]”

Ma chi sono gli altri portatori di interessi nei confronti dell’abbattimento degli olivi secolari salentini?

La Xylella non è un parassita nuovo, ha già causato danni in giro per il mondo sulla vite, sugli agrumi, ma anche su altre specie ed era stata oggetto di un convegno organizzato dallo IAM  di bari nel 2010 (allora non si erano ancora presentati casi di xylella), in cui pare siano state fatte delle sperimentazioni con un ceppo del batterio (il “multiplex”) diverso da quello trovato poi a partire dal Salento, negli ulivi pugliesi (“pauca”).

“Come è noto, le indagini si concentrano sulla possibilità che il convegno sulla Xylella organizzato dallo Ististito Agronomico Mediterraneo (IAM) di Bari nel 2010 e le sperimentazioni attuate in quella sede possano essere state la fonte fondamentale del contagio. Le indagini sono in corso e certamente forniranno informazioni utili. Certo, sappiamo che il contagio ha colpito il sud Salento, e nessun caso è stato riscontrato nel barese – circostanza che è quanto meno difficile da spiegare se si sposa l’idea del contagio partito da Bari.” (4)

Lo stesso istituto precisa che il batterio è stato riscontrato su materiale vegetale proveniente dal CostaRica, di questi ultimi giorni l’individuazione del batterio anche in Francia su materiale olandese proveniente dal paese sudamericano.

La Monsanto, chiamata in causa dalla teoria del complotto fin dall’inizio, è “colpevole” per il momento di avere una società in Brasile denominata Alellyx. La Alellyx è una società che si occupa di genomica e che tra i suoi progetti si aspetta un ritorno economico dal sequenziamento proprio della xylella fastidiosa per realizzare piante OGM resistenti o altri rimedi. La Monsanto, accusata di aver provocato l’infezione per vendere materiale vegetale resistente, ha smentito la notizia che in Israele fossero pronti ulivi OGM resistenti al batterio, però non si può dire che la loro ricerca non preveda in futuro la produzione di varietà geneticamente resistenti o la messa a punto di altri metodi di controllo del batterio, anche perché la società Alellyx fa proprio questa cosa qui, e lo dichiara pubblicamente (anche se non per l’olivo).

Se avete avuto la pazienza di leggere fino a questo punto, torniamo all’agro-ecologia e al filo rosso che lega la xylella, il TTIP, Genuino Clandestino e la Monsanto (intesa qui come rappresentante simbolico dell’agricoltura industriale). Viene da chiedersi cosa comporti la strategia economica delineata dal TTIP nei confronti di fenomeni come questo, di mondializzazione dei parassiti, delle virosi e delle micosi di cui si parla molto degli ultimi tempi.

Se specie vegetali, cibi e merci in genere viaggiano con più facilità tra i continenti per il fenomeno della globalizzazione, non ci dobbiamo forse aspettare una intensificazione di questi fenomeni? Se la libera circolazione di queste “merci” pone sfide economiche inique, non sarà che questo comporterà un maggiore inaridimento dei suoli, perché i contadini si troveranno a dover spingere maggiormente i loro terreni per produrre di più e a prezzi più bassi? Se la distanza che le merci percorrono aumenta, non va questo in direzione di una maggiore quantità di CO2 nell’aria? Ha senso tutta questa rincorsa alla competitività per chi coltiva la terra o non è forse meglio cercare nella relazione diretta tra chi produce e chi consuma quei prodotti?

 

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