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  • “La favola degli OGM” che non sono presenti in Europa

    “La favola degli OGM” che non sono presenti in Europa

    la_favola_degli_ogm_copertiChe in Europa non siano presenti  prodotti OGM per alimentazione umana ed animale, coltivazione ed altri usi è è una favola a cui bisogna smettere di credere.  Diverse piante (Colza, Mais, Cotone, Barbabietole, Soya e Tabacco – per un elenco delle varietà autorizzate vedere http://www.leziosa.com/elenco_ogm.htm) sono già presenti da anni e sono state autorizzate dall’EFSA. L’idea che il TTIP apra la strada agli OGM e la lotta che ne consegue ha un effetto rassicurante sullo stato attuale dell’agricoltura europea, ma lo stato attuale delle cose non è per niente rassicurante!

    Come riporta il sito del EFSA (l’autorità europea che si occupa dell’autorizzazione degli OGM in europa), solo tra il 2007 e il 2008 ci sono state più di 25 richieste di rinnovo delle autorizzazioni da parte di Monsanto, Bayer CropScience, Syngenta Seeds, Agrigenetics, Ciba-Geigy, Seita.

    “La favola degli OGM” è un libro che informa sugli effetti degli OGM a partire dai risultati della ricerca indipendente, aspramente combattuta dai produttori di sementi OGM, in primis la Monsanto. Daniela Conti ci racconta un percorso di ricerca ventennale proprio ora che c’è più bisogno di essere informati perchè i prodotti OGM sono già qui, nelle cose che mangiamo e che coltiviamo.

    Il libro è molto interessante e riporta anche una “rassegna di alcune tra le principali ricerche indipendenti che hanno evidenziato effetti negativi degli OGM sulla salute degli animali da esperimento e sull’ambiente (e gli effetti di queste ricerche sui loro autori)”.

    Maggiori informazioni sul sito dell’editore http://www.alkemiabooks.com/it/la-favola-degli-ogm.html

    Dr. Daniela Conti
    Biologa, esperta di genetica molecolare, da oltre 20 anni collabora con alcune tra le maggiori case editrici scientifiche per la revisione e la traduzione di testi scientifici a livello universitario su temi quali biologia, genetica, biotecnologie, ecologia, psicologia e neuroscienze. Ha curato, fra gli altri, autori come Barry Commoner, E. O. Wilson e Michael Gazzaniga, o premi Nobel come Paul Berg. Ha svolto attività di ricerca e didattica presso l’Istituto di Genetica dell’Università di Bologna. Svolge una intensa attività di divulgazione scientifica e di organizzazione di seminari e conferenze per condividere le scoperte della biologia contemporanea soprattutto con i giovani.
    È curatrice del sito web: www.complessita.it

     

  • Rovesciare il paradigma: l’agricoltura biologica come norma

    Rovesciare il paradigma: l’agricoltura biologica come norma

    Monsanto pesticide to be sprayed on food crops.Siamo abituati a considerare “normale” ciò che normale non è.

    Siamo abituati a considerare normale quel tipo di agricoltura che inquina, fa male alla salute, distrugge l’ambiente e la biodiversità e genera in questo modo ingenti costi indiretti per le collettività. La consideriamo talmente normale che riteniamo giusto che questo tipo di agricoltura possa essere finanziata con soldi pubblici, che produca cioè un danno doppio alle nostre economie.

    Tutti noi contribuiamo con i nostri soldi perché qualcuno sversi veleni nei terreni e nelle falde acquifere, desertifichi, produca a costi sempre più bassi per permettere alle industrie agroalimentari di vendere a prezzi che non coprono neanche il costo di produzione. Paghiamo perché qualcuno sfrutti il lavoro contadino e renda gli agricoltori compartecipi di questo sfruttamento, alla ricerca di un minimo margine di guadagno, possibile solo attraverso il ricorso crescente a pesticidi, anticrittogamici, concimi chimici, OGM e quant’altro.

    Bisogna rovesciare il paradigma che vede l’agricoltura non biologica come la norma e l’agricoltura normale (cioè il biologico) come una sorta di devianza più o meno positiva da incentivare.

    Rovesciare questo paradigma vuol dire togliere i contributi agli agricoltori NON biologici, perché altrimenti finanziamo un’economia insana (malattie, inquinamento, riduzione della biodiversità, ecc.). Chi coltiva in modo “normale” e sano, cioè senza l’ausilio di veleni e concimi chimici derivati dal petrolio, al contrario non genera costi indiretti per la collettività . Bisognerebbe piuttosto tassare l’agricoltura non biologica, proporzionalmente all’impatto ambientale. L’agricoltura convenzionale fa concorrenza sleale nei confronti di chi cerca di produrre beni primari riducendo l’impatto ambientale. Una concorrenza sleale che mette sul mercato prodotti a prezzi innaturali, drogati dalla chimica e basati sullo sfruttamento indiscriminato del lavoro e del territorio.

    L’agricoltura biologica ha uno svantaggio doppio, perché i prezzi di mercato (anche quelli del biologico) sono sostanzialmente determinati dall’agricoltura convenzionale e in molti casi già così non ripagano i costi di produzione.

    Bisognerebbe eliminare la certificazione biologica e certificare invece, con controlli sistematici sui residui, l’agricoltura convenzionale; indicare in etichetta i pesticidi, diserbanti, anticrittogamici utilizzati e mettere disclaimer per rendere consapevole chi  acquista del tipo di economia che sostiene comprando quel prodotto: “attenzione questo prodotto danneggia l’ambiente e può far male alla salute”.

    Per re-indirizzare il mercato verso una produzione più sana, più rispettosa dell’ambiente,  produrre patate, pomodori, zucchine in agricoltura NON biologica dovrebbe costare più che produrre lo stesso “naturalmente” e di questo ne beneficeremmo tutti quanti.