Carissimi soci della Rete Semi Rurali,

Vi scriviamo per esprimere le nostre forti perplessità e la nostra preoccupazione riguardo la pratica della registrazione delle sementi di certe varietà locali come “Varietà da Conservazione.”

Pensiamo che la registrazione delle varietà locali non sia l’unica via percorribile per la loro tutela, né la più auspicabile. Come CampiAperti pensiamo che i semi debbano essere un bene comune, accessibili a chiunque coltiva, come noi. Ci auguriamo che questa sia una posizione condivisa dalla RSR.

Durante l’ultima assemblea annuale di Rete Semi Rurali (marzo 2017), abbiamo sentito alcune voci discordanti sulla questione delle registrazioni. Alcuni di noi ritengono che la pratica della registrazione dei semi sia uno strumento per tutelare le varietà locali sia sul lato della qualità e della salute del seme, sia legalmente da eventuali “miglioramenti” o appropriazioni indebite delle multinazionali del seme.

Invitiamo tutti nella Rete ad una seria riflessione sulle possibili conseguenze (non solo legali, ma anche concrete e immediate) che questa strada avrebbe.

CampiAperti condivide la posizione espressa da ARI e da CROCEVIA durante l’assemblea generale di RSR, posizione espressa nel documento “Varietà locali: difendiamo la loro circolazione dal sistema del mercato formale”. Riteniamo che il registro nazionale della varietà agrarie rimuova i semi dalla dimensione di bene comune, tutelata del trattato FAO (Roma 3/11/2001) e risultato di anni di lotte contadine internazionali, e li collochi nel quadro regolatorio di UPOV che ha come obiettivo la tutela dei brevetti delle multinazionali del seme.

La registrazione di una varietà, oltre a selezionare una singola linea genetica, cosa che ne riduce la variabilità e le possibilità di adattamento, gli assegna un “custode,” un singolo o una organizzazione, che in pratica acquisisce il potere di decidere chi ha accesso e chi no, quanto seme rendere disponibile sul mercato di anno in anno, a che condizioni e a che prezzo.

Abbiamo già toccato con mano le conseguenze di questa pratica.

Un nostro produttore che ha il podere vicino a Vasto, ad esempio, si è visto negare più volte il grano Solina dal Consorzio della Solina d’Abruzzo già prima della sua registrazione, perché (a detta del responsabile del consorzio) coltivava terreni “non adatti”, troppo a bassa quota “per garantire le stesse qualità organolettiche”, anche a fronte di documenti che riportano come questa varietà in passato venisse coltivata in quei luoghi.  Un altro produttore abruzzese, che aveva coltivato la Solina del Consorzio e ne aveva ceduta una parte come seme, ci ha segnalato la precisa raccomandazione proveniente dal consorzio di non condividerlo per non inflazionarlo e svalutarlo, segnalandoci anche il contestuale aumento stratosferico del prezzo della Solina.

Probabilmente la moderna definizione, ad opera del consorzio stesso, della popolazione di semi chiamata “Solina” è forzatamente molto più restrittiva di quanto non era in passato per motivi che poco hanno a che fare con la sua conservazione.

Si tratta, quindi, di due idee di “custodia” del seme piuttosto diverse: da una parte si ritiene che queste varietà debbano avere libera circolazione e le si riconosce come “bene comune”; dall’altra le si trasforma in un bene proprio del consorzio di turno, o simili, e si tenta di “salvaguardare” il prodotto sequestrandolo nella sua supposta e folcloristica tipicità, impedendo ad altri di seminarlo.

Durante l’assemblea di marzo 2017, la registrazione della Solina è stata presentata come ‘buona pratica’ da cui eventualmente trarre spunto.  Riteniamo che la pratica di registrazione sia politicamente ambigua nonché problematica e invitiamo tutta la rete, ed in primis chi al suo interno sta già registrando semi di varietà locali, ad una seria riflessione a riguardo.

CampiAperti

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